Penso ad un bimbo nel grembo materno che inconsciamente attende l'attimo giusto per uscire nel mondo e poi penso ad un vecchio e stanco uomo, nel suo letto di morte, che consciamente attende l'arrivo del suo ultimo respiro.
Nel mezzo di questa "parentesi" e di questa presa di consapevolezza vedo la vita di ognuno di noi. Una vita che potrà essere (stata) felice o infelice, bella o brutta, sana o insana e via dicendo ma che certamente non avrà potuto fare a meno di lasciarci sempre in attesa di qualcosa. Perché in ogni istante una parte di noi è in attesa dell'istante successivo. E' un meccanismo talmente radicato in noi che diamo per scontato che l'istante successivo a quello che stiamo vivendo arriverà con certezza. E da qui il "colpo basso" che prendiamo quando l'istante successivo di una persona cara non arriva (o il "colpo basso" che prendono i nostri cari (la toccata è dovuta) nel caso in cui fossimo noi a mancare l'appuntamento con l'istante successivo). "Era qui un minuto fa" si sente dire..ed è proprio in quelle situazioni che prendiamo consapevolezza dell'attimo. Paradossalmente ci ricordiamo di lui solo quando viene a mancare a qualcuno che abbiamo vicino. E se vogliamo traslare tutte queste attese nell'arte non possiamo che farlo con la fotografia. Il fotografo attende l'attimo prescelto e quando arriva fa chiudere l'otturatore della sua macchina fotografica e ne immobilizza l'essenza per l'eternità decretandone contemporaneamente la morte. Illuminanti sono le riflessioni di Barthes sul rapporto tra fotografia e morte dell'istante.

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