Per me sei...


Liberazione. Questo è per me la fotografia. Ogni volta che inquadro la realtà e l'otturatore della mia macchina fotografica si chiude - in quel preciso istante - è come se una piccola parte di me si liberasse diventando luce e finendo con l'impressionare la pellicola o il sensore della macchina fotografica. In quella piccola parte di me..concentrati..vi sono la mia anima, il mio vissuto, i miei sogni, le mie paure, i miei pensieri e i miei desideri. E i miei sentimenti. Per questo credo che le mie fotografie siano come respiri di luce: sono parte del mio essenziale, della mia vita, del mio essere vivo.

E senza respirare, non si vive...

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lunedì 30 dicembre 2013

Viaggio...




La piccola strada di terra comincia con una mezza curva in discesa, al termine della quale c'è una grande pianta di noce selvatica. Poco dopo, una sbarra di ferro blocca l'accesso ai mezzi. E' qui che comincia il mio viaggio. La strada di terra ora corre dritta e in piano verso il bosco. Il passaggio di contadini e pescatori con i loro mezzi lascia profondi solchi e avvallamenti nella terra che le recenti piogge hanno lasciato pieni di acqua. Le impronte delle auto si mischiano a quelle dei trattori. Dopo un paio di curve la strada sale leggermente e si infila all'interno di un piccolo bosco. Tutto è stranamente pulito e ordinato tanto che il tocco dell'uomo si nota al primo colpo d'occhio. Tra gli alberi si intravede una baracca bianca. Le baracche sono quelle piccole case costruite ad uso di cacciatori e pescatori, spesso rialzate da terra di un paio di metri così da evitare danni durante le ondate di piena del fiume. Una catasta di legna tiene compagnia ad una grande griglia di ferro, probabilmente usata in estate per far cuocere la carne sulla brace. A qualche metro una sdraio bianca in plastica sembra attendere l'arrivo della prossima estate. Continuo a camminare. La vegetazione diventa via via sempre più fitta avvolgendo la strada che in alcuni punti entra in grandi pozze d'acqua, altro lascito delle ultime piogge. Il veloce abbassarsi del sole mi spinge a muovere più in fretta e il rumore ovattato dei miei passi rompe ritmicamente il silenzio della strada. In lontananza si sentono le grida di uomini, forse cacciatori, forse pescatori. Non capisco cosa dicono. La strada finisce in riva al fiume che in quel punto ha creato un lungo e ampio bacino aperto privo però di correnti. Una grande lingua di ghiaia separa questo bacino dal letto vero e proprio del fiume. Sulla sponda opposta due piccole figure si muovono a piedi; sono i proprietari delle grida sentite poco prima. Decido  a questo punto di muovermi verso l'apertura che alimenta questo grande ramo d'acqua e ricomincio a camminare. I piedi sprofondano nel fango, non ci sono rumori e non ci sono alberi. Solo piccoli arbusti secchi che fanno compagnia ai miei pensieri. Cammino fino alla fine di questa grande spiaggia di fango dove tra i rami dell'unica pianta intravedo un barcé. Il barcé è la classica barca da fiume, lunga qualche metro, affusolata e costruita in legno. Una volta venivano utilizzate per il trasporto locale sul fiume o per portare le persone da una riva all'altra. Oggi le utilizzano solo i pescatori. Io mi fermo e osservo. Scatto una fotografia e poi ci salgo sopra. 



Il barcé - Fotografia di Giulio Baldi



Cerchi sempre più grandi e via via più lontani disegnano l'acqua intorno a me. Guardo lo sfumare di questi disegni della natura. Resto quasi immobile e dopo alcuni minuti la natura smette di disegnare sulla superficie dell'acqua. Il foglio d'acqua torna ad essere libero e pronto per ospitare nuovi disegni. Alzo gli occhi. Il sole sta tramontando e il cielo sfuma dall'azzurro al rosa passando per l'arancione. Le acque piatte e prive di correnti generano una nuova realtà in cui l'acqua diventa cielo e il cielo diventa acqua. Ad occhi chiusi mi abbandono a questa nuova realtà e mi lascio trascinare dalla corrente. Un delicato tocco sulla mia mano mi fa riaprire gli occhi e subito sento un vuoto dentro che mi toglie il fiato. Il cielo è vicino e i colori del tramonto sono sempre più vivi. Il fiume lucente scorre ora sotto di noi. Piano piano cominciamo a muoverci seguendo la corrente, come fosse ancora il fiume a guidarci. Quando lo si guarda dalla sponda sembra scorrere sempre dritto. Dall'alto invece è un continuo girare da una parte e dall'altra con piccole lingue di acqua e ghiaia che lo decorano.  Il suo corso, gli alberi, la ghiaia, il fango. Tutto sembra essere più bello da quassù. Anche una fabbrica che sorge proprio sulle sue rive pare avere fascino da qui. Poi le sfumature del cielo, le Alpi bianche sullo sfondo, l'aria fredda che ci accarezza il viso e uno stormo di uccelli che vola proprio sotto di noi. E' quasi magia. 
Il sole scende però velocemente dietro l'orizzonte e in un attimo e senza alcun preavviso ci ritroviamo avvolti in un delirio di strani versi e battiti d'ali. Davvero impossibile tenere gli occhi aperti. Lo stormo di uccelli che fino a poco prima volava sotto di noi ci ha letteralmente avvolti. 
Quando finalmente riesco a riaprire gli occhi sono solo, gli uccelli sono spariti e le acque del fiume sono tornate ad essere piatte. L'acqua è tornata ad essere acqua e il cielo è tornato ad essere cielo. 
Sono un po' stranito ma ormai è quasi buio. Scendo così dal barcé e m'incammino verso casa. Dopo pochi passi mi fermo. I miei piedi sprofondano nel fango. Rompo un rametto di un arbusto che avevo vicino, mi abbasso e scrivo sulla terra. Poi mi rialzo, scatto una fotografia e ripenso a tutto quello che è successo. 



Autoritratto - Fotografia di Giulio Baldi


Forse il mio vero viaggio è appena cominciato.  







martedì 17 dicembre 2013

Improvvisazioni...



E' da un po' di tempo che non passo da queste parti ma in fondo non credo di aver mai detto che un tempo ci dovesse essere. L'unica cosa che qui si può trovare è il bisogno. Il bisogno di scrivere, il bisogno di condividere, il bisogno di comunicare. Il mio bisogno. E dunque eccomi qui. Il perché questo bisogno abbia scelto di uscire proprio in questa mattina non lo so e onestamente neanche  mi interessa. Quello che so è che come tante altre mattine sono uscito di casa intorno alle otto e trenta. Il cielo è terso e l'aria è secca e fredda. Di quel freddo che ti fa seccare la pelle ma che in fondo è meno fastidioso del freddo che porta l'umidità. La campagna intorno a casa è interamente bianca, coperta da un velato strato di brina. Il paesaggio ha un fascino che rapisce e io non pongo resistenza. Mi abbandono al suo richiamo e devio dalla strada che avrei dovuto fare prendendo una breve strada di campagna. Dopo pochi metri accosto con l'auto, la spengo e scendo. Sono in riva alla Corsica, un rio che attraversa diversi paesini intorno a casa. Nel mio paese la peculiarità di questo rio è che l'area ai lati del letto è paludosa e fitta di vegetazione. C'è poi un piccolo ponte che l'attraversa usato principalmente dai contadini che lo percorrono con i loro mezzi. Mi fermo al centro e mi appoggio con i gomiti sulla gelida ringhiera in ferro. Intorno a me si sente solo il rumore di un trattore, in lontananza. La natura ha freddo e il silenzio, benché il sole si stia alzando, è imperante. Io osservo. Osservo quel silenzio coperto, di tanto in tanto, dalla nebbia del mio respiro e scatto una fotografia. 




Il Rio Corsica a Guazzora 




Un ricordo aleggia dentro di me. Torno ragazzino, quando ancora, per via dell'età, si poteva girare solo in bicicletta e in alcuni pomeriggi capitava di fermarsi sul ponte della peschiera di Sale. (Lo chiamo in questo modo perché nei pressi del ponte il Rio viene deviato ed utilizzato per la pesca sportiva e nel gergo del paese quest'area è da tutti conosciuta come peschiera.) 
Il ricordo in me si fa forte a tal punto da far emergere la necessità di andare in quel luogo. Riprendo così l'auto e mi sposto. Saltuariamente mi capita di attraversarlo ma sono anni che non mi fermo. Quando arrivo noto che nulla è cambiato. Nonostante i vent'anni che sono passati il vedere che tutto è come era una volta mi lascia una piacevole sensazione. Le stesse piante, la stessa conformazione e lo stesso odore, spesso nauseabondo specie nei mesi estivi, dovuto allo scarico della fognatura. Mi fermo e il mio osservare si mischia al ricordo. Gli amici di allora, la vita di allora, i problemi di allora. Pensare a quanto son cambiate alcune cose in un luogo in cui tutto è davvero immutato fa uno strano effetto. Ma in fondo questa è un po' una magia del tempo e delle vite che insieme decidono cosa va e cosa non va cambiato. In compagnia dei miei ricordi mi fermo ancora un po' a guardarmi intorno. Poi scatto una fotografia e penso a quanto sia affascinante cambiare. 




Il Rio Corsica a Sale

martedì 15 maggio 2012

Stecche fotografiche...

Stecche, stecche e ancora stecche. Ultimamente mi capita di incontrarne parecchie. Probabilmente  perché sono ormai abituale frequentatore di blog e Social. Parlo di quelle che di solito chiamo stecche fotografiche..e non sono fotografie tecnicamente o compositivamente sbagliate (che poi nessuno dovrebbe mai avere l'ultima parola in merito, se non l'autore stesso); io parlo di tutte quelle immagini che vengono a mio giudizio rovinate dalle parole, scritte o pronunciate, di chi quelle immagini le ha realizzate. Ed è quasi un paradosso, perché in linea teorica la parola dell'autore dovrebbe essere uno strumento al servizio del "consumatore" per aiutarlo a comprendere eventuali passaggi complessi del nostro linguaggio artistico. Nella realtà spesso mi capita di trovare una fotografia interessantissima e di perdere poi ogni interesse dopo aver letto commenti o note dell'autore; questo perché da quelle parole viene fuori la sua totale inconsapevolezza e il suo tentativo di nasconderla ricorrendo a banali giochetti di parole. Le parole sono importanti specie quando hanno il nobile compito di rendere più agevole la "lettura" di una fotografia. 
Un fotografo che non sa usare le giuste parole per le sue fotografie, secondo me, è un fotografo a metà. 








giovedì 10 maggio 2012

Istanti perduti...

Fotografia Nomade - Milano


Credo che per un fotografo il concetto di istante abbia una valenza perlopiù ignota alla maggior parte delle persone. Ed è così che già svariate volte mi sono ritrovato a parlare di questi tanto ricercati istanti con persone lontane dalla  fotografia, le quali mi ascoltavano attonite dubitando, con ogni probabilità, della mia sanità mentale. Poco male, credo che si debba sapere che la fotografia, in fondo, viaggia al pari con questi istanti e con la loro ricerca e pertanto, credo sia normale che un fotografo attribuisca a loro così tanta importanza. Forse anche chi non è fotografo dovrebbe dare maggiore importanza a questo concetto, specie se, per un motivo o per l'altro, si trova ogni tanto con una macchina fotografica tra le mani. Probabilmente questa consapevolezza basterebbe a rendere di maggior valore le sue fotografie. Se non altro per sé stesso. 
Ma parlare di istanti implica la necessità, forse solo personale, di parlare di attese. Credo infatti che siano due lati di una stessa medaglia. Già qualche tempo fa, sempre su queste pagine, avevo scritto qualcosa riguardo le attese. Ritorno quindi sull'argomento, a distanza di qualche mese, perché mi sono reso conto che questa ricerca di istanti/attese avviene anche al di fuori della fotografia; ci ritroviamo quindi, paradossalmente, a vivere nella nostra quotidianità attese in funzione di alcuni istanti. Istanti particolari e ricercati ma anche istanti molto meno importanti, quasi banali; tanto banali che, probabilmente, neanche li notiamo. E' così che magari ci ritroviamo a rimandare una semplice telefonata di alcuni minuti perché in quel momento "non ci va" e gli esempi che si possono fare e in cui ci si può riconoscere sono quasi infiniti. Al pari, attendiamo l'istante giusto prima di fare qualcosa di importante; penso, per esempio, ad un uomo che vuole chiedere la mano della sua sposa; di quante attese si compone quell'attimo? Non essendo una cosa che ho mai fatto non lo posso sapere con certezza, ma credo siano molte. 
Ciò che però ha incuriosito il mio intelletto e che ha poi stimolato questa brevissima riflessione riguarda gli istanti perduti. Vestendo l'abito del fotografo già parecchie volte mi è capitato di attendere l'istante giusto per scattare una fotografia senza però riuscire a coglierlo, perdendolo per sempre. Ma nella vita di ogni giorno? Credo capiti la stessa identica cosa. Attendiamo l'istante giusto, quello in cui ogni cosa si trova al suo posto e tutto è perfetto; attendiamo con pazienza il combaciare di ogni "tassello" ma quando finalmente tutto sembra essere perfetto succede qualcosa che blocca la nostra azione e quell'attimo è per sempre perso. Sia in fotografia che nella vita credo di aver perso tanti istanti; ma credo anche che nulla avvenga per caso, quindi forse quell'istante è andato perso proprio perché non era nel suo giusto momento. 





















venerdì 27 aprile 2012

Caffè alla fotografia...

Sto bevendo un caffè che sa di fotografie, quelle fotografie che si pensano e che poi Dio solo sa se mai verranno scattate. A dire il vero questa è una cosa che mi capita spesso. Le fotografie che penso sono molto più numerose di quelle che poi scatto realmente. Ma forse è anche meglio che sia così. Chi conosce un po' la chimica (e in fondo la fotografia è chimica) sa che ogni reazione, perché possa avvenire, necessita di una certa quantità di energia. Tecnicamente si chiama Energia di Attivazione. Ecco, io credo che le fotografie che si pensano siano l'equivalente mentale dell'Energia di Attivazione delle reazioni chimiche. La sommatoria delle fotografie pensate ci offre lo spunto necessario a prendere la macchina fotografica in mano per realizzare qualcosa che nasce dentro di noi. Può sembrare banale ma non lo è; o almeno non lo è per me. In questo periodo, per un motivo o per l'altro, sto scattando poche fotografie. O meglio, scatto molte fotografie ma poche che realmente mi interessano. Fortunatamente evito le crisi di astinenza con le mie "Fotografie Nomadi" che poi non sono altro che il minimo appagamento di cui io ho bisogno. In compenso però penso a centinaia e centinaia di immagini che potenzialmente potrei scattare. E nel caffè di questa sera ce ne sono finite dentro un po'...e forse sono le più belle dell'ultimo anno...


martedì 24 aprile 2012

Nasce una fotografia...



La cucina di casa è ampia e comodamente abitabile. Ci si arriva passando dalla sala, anch'essa ampia, che ha un vecchio pavimento in graniglia lucidato al piombo con tonalità che tendono al beige e che subito richiamano anni ormai passati. Una sola finestra posizionata sul lato più corto della stanza fa si che l'illuminazione naturale lasci un po' a desiderare. In controluce sottili lame argentee accompagnano un leggero odore di sigaretta. In casa mia sono tutti fumatori incalliti. E anche io lo sono stato. 13 anni di onorata carriera. I miei vecchi compagni di scuola mi ricorderanno certamente quando alle 7.30 del mattino mi accendevo una Stop senza filtro presa in prestito dal pacchetto di mia mamma, prima di uscire di casa. Mentre i miei fratellini di naja mi ricorderanno certamente quando, appena alzato, avevo già in bocca una delle mie Marlboro. Finito il militare ho cominciato a fumare Philip Morris Blu e poi ho smesso. Una lenta presa di consapevolezza. Al centro della sala una grande tavola, che si apparecchia solo quando si hanno ospiti. Poi la poltrona, la televisione e alcuni quadri di pittori sconosciuti. Uno lo adoro. E' un piccolo olio su tela, non più di 40 x 30, autore sconosciuto. E' un paesaggio alpino, un torrente, l'Anza per la precisione, che scorre e spumeggia con irruenza. Mi fa ricordare gli anni in cui passavo le mie vacanze estive nella casa di montagna dove il rumore del torrente era parte di essa, quasi fossero i muri stessi ad emetterlo da tanto che era vicino. Ricordo le camminate nei boschi intorno a casa e il tanto desiderato bagno del "cröt", un piccolo ruscello di montagna con l'acqua tanto pulita quanto ghiacciata. E poi i pomeriggi passati sui lego con mio fratello Alberto. Ora né la casa né mio fratello ci sono più. E forse è anche per questo che, quando passo in sala, l'occhio su quel quadro, seppur con malinconia, lo butto sempre volentieri. La porta tra la sala e la cucina è stata eliminata e quindi le due stanze sono perennemente comunicanti. La cucina, a differenza della sala, è molto luminosa. Due belle finestre rivolte al Nord la illuminano con una splendida luce naturale in parte riflessa dal nuovo pavimento di colore chiaro. Le ore migliori sono quelle del mattino, dalle otto alle dieci. Un tavolo rustico con cinque sedie è al centro della cucina. Una credenza, un baule, una cassapanca e il piccolo tavolino rosso con il piano alzabile comprato quando mio fratello Lorenzo aveva poco più di tre o quattro anni e che poi abbiamo finito per usare tutti. Ancora ricordo quando, a sette o otto anni, preso da un raptus di genialità decisi di eliminare il poster di Furia (il cavallo del West) attaccato anni prima da mio fratello Alberto. Non l'aveva presa per niente bene. Completano poi la cucina il lavandino, il forno, alcuni pensili e mobili abbinati. A lato della porta che dà sulla sala è appesa, in perfetta linea con il lampadario, una vecchia bilancia, di quelle con il piano in rame e i contrappesi in ottone. Sul piano della bilancia una pianta sempreverde che da anni subisce lo spostamento d'aria delle persone che le passano a lato, intime e non. Non so con precisione da quanto tempo ci sia questa pianta, ma sono certo che siano più di 5 o 6 anni. Credo che mia mamma la curi con particolare amore. Perché solo così una pianta può durare tanto. Con me, probabilmente, avrebbe vita breve. Non so neanche quantificare il numero di volte che il mio sguardo si sia posato su di essa; certamente non meno di cento o forse di più. Un piccolo e ribelle ramo di questa pianta fuoriesce dal normale schema naturale e si affaccia scendendo in fronte al piatto, verso terra, dando così modo alla luce proveniente dal lampadario di generare la sua ombra sul muro. Ho sempre notato quest'ombra, anche perché è proprio vicina all'interruttore che fa accendere la luce. Ma non avevo mai notato la genesi che essa portava con sé. Poi qualche notte fa, accasato alle quattro con un discreto appetito, ho deciso di concedermi uno spuntino prima di andare a letto. E proprio mentre mangiavo ho notato ciò che non avevo mai notato prima. Le ombre delle foglie proiettate sul muro descrivevano, attraverso un movimento a zigzag, peraltro tipico delle foglie che cadono, la nascita di un cuore. Mi sono alzato, ho preso il cellulare e ho scattato una delle mie "fotografie nomadi": 

"Nascita di un cuore d'ombra". 


sabato 30 luglio 2011

Pensando Venezia



Io Venezia non l'ho mai vista.
Eppure, guardando questa fotografia, riesco a pensarla.  E se non sapessi di non esserci mai stato, sarei anche pronto a credere ai ricordi che ho. Ricordi? E' possibile avere ricordi di qualcosa che non si è mai vissuto? Forse si. O forse ciò che possiamo costruire con la nostra mente, nel risultato, non è poi tanto differente da quello che la nostra mente ricorda. Ma che cosa sono la fantasia e l'immaginazione se non proprio questo? E allora io posso guardare questa fotografia e vedere Venezia. Quella vera, quella reale. Quella con San Marco, con le gondole. Perchè nella mia mente nessuno può entrare a dire cosa sia vero e cosa non lo sia. 
Credo che ogni fotografia nasconda la nostra Venezia; ma per abitudine si preferisce non andarla a cercare. 




Pensando Venezia



martedì 24 maggio 2011

Attese

Penso ad un bimbo nel grembo materno che inconsciamente attende l'attimo giusto per uscire nel mondo e poi penso ad un vecchio e stanco uomo, nel suo letto di morte, che consciamente attende l'arrivo del suo ultimo respiro. 
Nel mezzo di questa "parentesi" e di questa presa di consapevolezza vedo la vita di ognuno di noi. Una vita che potrà essere (stata) felice o infelice, bella o brutta, sana o insana e via dicendo ma che certamente non avrà potuto fare a meno di lasciarci sempre in attesa di qualcosa. Perché in ogni istante una parte di noi è in attesa dell'istante successivo. E' un meccanismo talmente radicato in noi che diamo per scontato che l'istante successivo a quello che stiamo vivendo arriverà con certezza. E da qui il "colpo basso" che prendiamo quando l'istante successivo di una persona cara non arriva (o il "colpo basso" che prendono i nostri cari (la toccata è dovuta) nel caso in cui fossimo noi a mancare l'appuntamento con l'istante successivo). "Era qui un minuto fa" si sente dire..ed è proprio in quelle situazioni che prendiamo consapevolezza dell'attimo. Paradossalmente ci ricordiamo di lui solo quando viene a mancare a qualcuno che abbiamo vicino. E se vogliamo traslare tutte queste attese nell'arte non possiamo che farlo con la fotografia. Il fotografo attende l'attimo prescelto e quando arriva fa chiudere l'otturatore della sua macchina fotografica e ne immobilizza l'essenza per l'eternità decretandone contemporaneamente la morte. Illuminanti sono le riflessioni di Barthes sul rapporto tra fotografia e morte dell'istante. 




Attese

mercoledì 30 marzo 2011

Cascina Isolabella - Inquadrature Naturali (Omaggio a Luigi Ghirri)

Ho scattato questa fotografia una sera di qualche mese fa. Era già inverno e nella mia dimensione fotografica faceva breccia, per la prima volta, il concetto di inquadratura naturale suggerito da Luigi Ghirri e successivamente approfondito durante il laboratorio che frequento. Questo esercizio fotografico era nato con l'intenzione di approfondire e sperimentare personalmente il concetto sopracitato. Il percorso che mi ha portato a questo scatto è durato circa 55 minuti durante i quali ho scattato 32 fotografie. 32 fotografie per 32 punti di ripresa. E quello che quì sotto compare è quello che, ai miei occhi, meglio risponde a ciò che cercavo: le inquadrature naturali. In questo scatto sovrappongo due inquadrature naturali; la prima è quella descritta dalla tettoia, all'interno della quale sono riconoscibili, sullo sfondo, due alberi; la seconda inquadratura naturale invece è quella timidamente descritta dall'albero e dai suoi rami in primo piano.  
Torno oggi a rivisitare (e a pubblicare sul blog) questa immagine (la prima versione era b/n) dopo aver letto il testo di Luigi Ghirri "Lezioni di Fotografia". 
Lo scopo di questo post è quello di essere una sorta di "memorandum" personale sull'importanza dell'inquadratura in fotografia. 



Cascina Isolabella - Inquadrature Naturali







mercoledì 16 marzo 2011

Futuro o Fantasia? La Fotografia (e la Scultura) Additiva





Alcune settimane fa il giornale inglese “The Economist” ha pubblicato un interessante articolo su una nuova tecnologia (già in uso – anche se ancora limitato) capace di rivoluzionare, oltre che l'intero sistema produttivo mondiale, anche molteplici aspetti della vita di ognuno di noi. La tecnologia di cui si parla in quell'articolo (che vi invito a leggere cliccando qui - in inglese) prende il nome di “stampa additiva” o “stampa 3d”. Il nome non lascia molto spazio alla fantasia; infatti si tratta proprio di una stampante capace di stampare in 3d e quindi capace di stampare oggetti! Avete proprio capito bene! Una stampante domestica, collegata ad un normale Pc e capace di stampare un qualsiasi oggetto! Incredibile! L'impatto che questa tecnologia avrebbe sulle nostre abitudini quotidiane sarebbe (e sarà se si continuerà su questa strada) enorme! Il funzionamento (naturalmente riassumo) è questo: l'oggetto che desideriamo stampare deve innanzitutto essere progettato (è facile immaginare grandi gallerie web contenenti progetti standard dei più svariati oggetti da acquistare direttamente online), si visualizza il progetto sul monitor del Pc, si procede ad una eventuale personalizzazione dell'oggetto e, infine, si dà il comando di stampa. A questo punto, la nostra stampante 3d entra in funzione e comincia a costruire l'oggetto depositando il materiale attraverso apposite aperture oppure consolida un sottile strato di polvere di plastica o di metallo attraverso l'utilizzo di collante o di un raggio laser. Il nostro oggetto nasce così, aggiungendo molteplici strati di materiali, uno sopra l'altro, fino alla fine del processo che lo vedrà finito e pronto all'uso.


Vista dalla finestra a Le Gras - Joseph Nicéphore Niépce - Eliografia (1826)

Detto questo faccio un piccolo passo indietro e torno al titolo di questo post. I più svegli avranno certamente già capito dove voglio arrivare. La lettura di quell'articolo ha stimolato la mia immaginazione e naturalmente non potevo non finire a incrociare quei dati acquisiti con le mie riflessioni sulla fotografia. Leggendo libri o articoli che parlano di fotografia mi è capitato spesso di leggere che uno dei più grandi limiti della fotografia è da sempre la bidimensionalità dell'immagine. E come negarlo. Al di là del pensiero critico o delle opinioni personali, è infatti innegabile il limite fisico che la bidimensionalità impone all'immagine fotografica. Però dal realizzare la stampa 3d al realizzare una macchina fotografica capace di prendere informazioni sulla tridimensionalità della scena direttamente in fase di ripresa penso che il passo sia breve. Già attualmente esistono programmi per Pc capaci di sviluppare, attraverso algoritmi, immagini tridimensionali partendo da immagini bidimensionali! Immaginatevi mentre fate foto con la vostra Reflex 3d e quando, tornati a casa, stamperete le vostre fotografie tridimensionali che, a quel punto, saranno più simili a veri e propri modellini realizzati nel materiale che avete preventivamente scelto! Ci troviamo forse davanti ad una nuova potenziale frontiera tecnologica? Io credo di si. Non so immaginare se e come questa tecnologia prenderà piede ma, se così dovesse essere, certamente andrà a influenzare in qualche modo il mondo dell'arte. La scelta di estendere l'influenza a tutto il mondo dell'arte è volontaria. Immaginate, per esempio, quale influenza potrebbe avere questa invenzione sul mondo della scultura. Enorme. Forse ancor di più che non sulla fotografia perché la scultura diventerebbe, potenzialmente, alla portata di tutti. Chiunque, dotato di una fotocamera 3d, potrebbe realizzare immagini e destinarle poi alla creazione di sculture realizzate con stampa additiva. Che il mondo della scultura si debba forse preparare a vivere situazioni simili a quelle vissute dal mondo della pittura agli albori della fotografia? Onestamente, lo credo possibile.



 

sabato 12 marzo 2011

Breve riflessione sull'atto di osservare

Osservare. Con il passare degli anni credo che il puro atto di osservare, tanto importante per noi fotografi, acquisti sempre più valore (e tempo) all'interno delle nostre giornate. Il guardare diventa così il principale mezzo per ingannare l'attesa e il tempo stesso. In fondo l'osservare è, insieme all'ascoltare, una delle poche azioni che richiede il minimo sforzo fisico. E forse è per questo che, con l'avanzare dell'età, queste due basilari azioni diventano sempre più protagoniste di intere giornate. 
La foto che accompagna questo post è stata scattata durante il carnevale. Sulla strada musica, carri, maschere, gente. Gente in movimento, in festa. E dall'alto, sola e immobile, un'anziana signora osserva dalla finestra. Mi sono fermato ad osservarla per dieci minuti prima di scattare questa fotografia. E lei non si è mossa. Quasi come se la vera fotografia (intesa come "istante bloccato") esistesse già nella realtà. Il mio gesto di fotografare è diventato così una sorta di "continuum" con la realtà; con la sua realtà. Una realtà lenta, capace di trasformarsi in una specie di "fotografia di passaggio" o meglio, una sorta di collegamento tra la realtà da rappresentare e la fotografia che realmente ho realizzato. 


Donna anziana che osserva dalla finestra







venerdì 4 marzo 2011

Fermare il tempo

Fino a qualche tempo fa credevo che la macchina fotografica mi desse la possibilità di fermare il tempo, l'attimo. Il ricordo di quell'istante rimaneva congelato nella mia immagine. E guardando quell'immagine vedevo me stesso a distanza di anni mentre, guardandola, ricordavo quel passato. Quel passato vissuto e ormai superato che fa rivivere le emozioni di un tempo attraverso il documento, la fotografia appunto. La fotografia era così una sorta di Araba fenice, capace di far rinascere dalle ceneri ricordi naufraghi della memoria. Oggi però non ne sono più convinto. Approfondendo il legame con la fotografia mi rendo conto che i processi inconsci che nascono contemplando una fotografia rendono dubbia questa primitiva associazione. Non del tutto falsa ma non del tutto vera. E' come se esistesse una sorta di "limbo emozionale" in cui ci troviamo inconsciamente ogni volta che osserviamo una qualsiasi fotografia. Ed è in questo limbo che la fotografia (che osserviamo) acquista valore emozionale. Esplorare questo limbo è qualcosa che mi incuriosisce molto.