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La cucina di casa è ampia e comodamente abitabile. Ci si arriva passando dalla sala, anch'essa ampia, che ha un vecchio pavimento in graniglia lucidato al piombo con tonalità che tendono al beige e che subito richiamano anni ormai passati. Una sola finestra posizionata sul lato più corto della stanza fa si che l'illuminazione naturale lasci un po' a desiderare. In controluce sottili lame argentee accompagnano un leggero odore di sigaretta. In casa mia sono tutti fumatori incalliti. E anche io lo sono stato. 13 anni di onorata carriera. I miei vecchi compagni di scuola mi ricorderanno certamente quando alle 7.30 del mattino mi accendevo una Stop senza filtro presa in prestito dal pacchetto di mia mamma, prima di uscire di casa. Mentre i miei fratellini di naja mi ricorderanno certamente quando, appena alzato, avevo già in bocca una delle mie Marlboro. Finito il militare ho cominciato a fumare Philip Morris Blu e poi ho smesso. Una lenta presa di consapevolezza. Al centro della sala una grande tavola, che si apparecchia solo quando si hanno ospiti. Poi la poltrona, la televisione e alcuni quadri di pittori sconosciuti. Uno lo adoro. E' un piccolo olio su tela, non più di 40 x 30, autore sconosciuto. E' un paesaggio alpino, un torrente, l'Anza per la precisione, che scorre e spumeggia con irruenza. Mi fa ricordare gli anni in cui passavo le mie vacanze estive nella casa di montagna dove il rumore del torrente era parte di essa, quasi fossero i muri stessi ad emetterlo da tanto che era vicino. Ricordo le camminate nei boschi intorno a casa e il tanto desiderato bagno del "cröt", un piccolo ruscello di montagna con l'acqua tanto pulita quanto ghiacciata. E poi i pomeriggi passati sui lego con mio fratello Alberto. Ora né la casa né mio fratello ci sono più. E forse è anche per questo che, quando passo in sala, l'occhio su quel quadro, seppur con malinconia, lo butto sempre volentieri. La porta tra la sala e la cucina è stata eliminata e quindi le due stanze sono perennemente comunicanti. La cucina, a differenza della sala, è molto luminosa. Due belle finestre rivolte al Nord la illuminano con una splendida luce naturale in parte riflessa dal nuovo pavimento di colore chiaro. Le ore migliori sono quelle del mattino, dalle otto alle dieci. Un tavolo rustico con cinque sedie è al centro della cucina. Una credenza, un baule, una cassapanca e il piccolo tavolino rosso con il piano alzabile comprato quando mio fratello Lorenzo aveva poco più di tre o quattro anni e che poi abbiamo finito per usare tutti. Ancora ricordo quando, a sette o otto anni, preso da un raptus di genialità decisi di eliminare il poster di Furia (il cavallo del West) attaccato anni prima da mio fratello Alberto. Non l'aveva presa per niente bene. Completano poi la cucina il lavandino, il forno, alcuni pensili e mobili abbinati. A lato della porta che dà sulla sala è appesa, in perfetta linea con il lampadario, una vecchia bilancia, di quelle con il piano in rame e i contrappesi in ottone. Sul piano della bilancia una pianta sempreverde che da anni subisce lo spostamento d'aria delle persone che le passano a lato, intime e non. Non so con precisione da quanto tempo ci sia questa pianta, ma sono certo che siano più di 5 o 6 anni. Credo che mia mamma la curi con particolare amore. Perché solo così una pianta può durare tanto. Con me, probabilmente, avrebbe vita breve. Non so neanche quantificare il numero di volte che il mio sguardo si sia posato su di essa; certamente non meno di cento o forse di più. Un piccolo e ribelle ramo di questa pianta fuoriesce dal normale schema naturale e si affaccia scendendo in fronte al piatto, verso terra, dando così modo alla luce proveniente dal lampadario di generare la sua ombra sul muro. Ho sempre notato quest'ombra, anche perché è proprio vicina all'interruttore che fa accendere la luce. Ma non avevo mai notato la genesi che essa portava con sé. Poi qualche notte fa, accasato alle quattro con un discreto appetito, ho deciso di concedermi uno spuntino prima di andare a letto. E proprio mentre mangiavo ho notato ciò che non avevo mai notato prima. Le ombre delle foglie proiettate sul muro descrivevano, attraverso un movimento a zigzag, peraltro tipico delle foglie che cadono, la nascita di un cuore. Mi sono alzato, ho preso il cellulare e ho scattato una delle mie "fotografie nomadi":
"Nascita di un cuore d'ombra".

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