Ogni tanto capita di ritrovarmi dentro a giornate in cui vorrei poter essere da solo nel deserto. In quella solitudine, perso nel silenzio e privo di distrazioni forse riuscirei a ritrovare me stesso con più facilità. E' per questo che negli anni ho imparato a trovare il mio deserto.
La pioggia degli ultimi giorni ha concesso una tregua e il sole invernale è tornato a rallegrare un po' i nostri animi. Il mio però, probabilmente, oggi dimora a Nord.
E' pomeriggio ma la natura è stranamente silenziosa. Cammino su una strada di terra ed erba, di quelle conosciute solo da chi frequenta quel deserto. Cacciatori, pescatori ed esploratori come me. E' una malta ricca d'argilla che si attacca alle scarpe; bastano infatti pochi passi per ritrovarmi ad avere pesanti piedi da portare in giro. Non mi scompongo e continuo per la mia strada cercando di camminare il più possibile su quell'erba, anch'essa ricoperta da un leggero velo di questa grigia fanghiglia. Le pozze d'acqua che ristagnano, la malta e i fili d'erba tutti orientati nella medesima direzione mi dicono che fino a qualche ora prima la zona su cui sto camminando era vittima delle correnti. Continuo a camminare finché non intravedo tra i fitti rami delle robinie i suoi argentei riflessi. Proseguo e mi avvicino. Sono in riva al Pò, che ora scorre a pochi centimetri dalla punta del mio piede. Quando ero piccolo ricordo mia mamma che mi diceva di non andare mai così vicino all'acqua, era pericoloso. Ora non posso farne a meno. Conosco molto bene quel luogo. In estate, quando il livello del fiume è basso, vi è una grande distesa di ghiaia. La vista si perde tanto è ampio Il suo letto. Oggi è tutta acqua. Una grande massa di acqua in movimento che, increspandosi, prende per mano il silenzio della natura circostante. Resto fermo a guardare per qualche minuto, poi mi appoggio con una spalla ad una pianta e chiudo gli occhi. Ascolto. Ascolto le sue voci, i suoi gorgoglii. Uno diverso dall'altro. Come uno diverso dall'altro sono i disegni che l'acqua fa sulla sua superficie. Quando riapro gli occhi la corrente sta trascinando un grande tronco di albero. E lui, inerme, non può fare altro che lasciarsi trasportare. Si starà godendo il viaggio? O forse preferirebbe essere altrove? Chi ha scelto per lui? Dove finirà il suo viaggio? Queste domande sembrano essere assurde. Forse però smettono di esserlo se al posto del tronco immaginiamo di vedere noi stessi. Perché in fondo non siamo poi così diversi da lui. Crediamo di avere tutto sotto il nostro controllo, di essere padroni delle nostre vite e di gestire il nostro quotidiano. In verità, penso che le uniche cose che realmente controlliamo siano le nostre illusioni. E come quel tronco, dove finiremo? Quale sarà il nostro punto d'arrivo? Tante sono le domande, poche le risposte.
Sono ancora in riva al Pò, appoggiato ad una pianta. Ho le mani nella tasca del giubbotto e osservo il mutare dei colori del tramonto. Il cielo si tinge d'arancio e gli alberi sulla riva opposta si scuriscono fino a diventare quasi neri. Il mio osservare assorto è interrotto da un piccolo stormo di uccelli neri in volo radente sulle acque del fiume. Volano veloci, compatti e in direzione opposta rispetto alla corrente. In velocità prendo la macchina fotografica e scatto una fotografia.
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| In volo radente - Giulio Baldi |
Forse, quel piccolo stormo di uccelli neri, ha portato una risposta.

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